La pandemia e la riscoperta del paradosso

La pandemia e la riscoperta del paradosso

Mi sembra che la pandemia del Covid 19 abbia consentito a tanti di noi, laici, religiosi, religiose, sacerdoti, di riscoprire l’importanza del paradosso, ossia di “ciò che va oltre o contro (in greco: parà) l’opinione comune (doxa)”.

Faccio qualche esempio. Siamo stati costretti, e ancora lo saremo fino alla scoperta del vaccino, a vivere la vicinanza agli altri, mantenendo la distanza fisica da loro. Questa maniera insolita di rapportarsi con le persone vuole esprimere premura e attenzione nei loro confronti; è un segno di amore e non di disprezzo. Lo ha ricordato il Maestro dell’Ordine dei Predicatori, fr. Gerard Timoner III, in una lettera del 15 marzo 2020, nella quale chiedeva a tutta la Famiglia Domenicana, in particolare alle Comunità religiose, di vivere ed esprimere la fraternità allontanandosi fisicamente dai fratelli e dalle sorelle. Come a dire: “ti voglio bene, sei il mio prossimo più prossimo, eppure mi distacco fisicamente da te; se non ti sto vicino, è proprio per il bene che ti voglio”. Insomma, in questo momento, la prossimità autentica si esprime creando distanze: un paradosso…

Dopo l’esplosione della pandemia, sia a causa della impossibilità degli spostamenti, sia per evitare ‘assembramenti’, sono cresciuti in modo esponenziale gli ‘incontri a distanza’. Abbiamo cercato di vivere il bisogno di relazione, rimanendo in isolamento, attivando altre modalità di contatto con gli altri. Abbiamo esercitato i nostri impegni di lavoro, che di solito offrono grandi occasioni di socialità, rimanendo negli ambienti della vita ordinaria, nelle nostre case, nelle nostre stanze. E così, da una parte, abbiamo avuto l’occasione di comprendere meglio l’esperienza paradossale delle Sorelle claustrali, che, pur se isolate nel loro piccolo monastero, sono le persone più vicine a tutta l’umanità; dall’altra, abbiamo sperimentato che la lontananza o separazione fisica, molte volte ci ha aiutato a migliorare la qualità dei nostri rapporti: un paradosso…

In questi mesi, in qualche momento, i luoghi per eccellenza del privato, gli appartamenti in cui vivono le persone, sono diventati talvolta occasione di presenza pubblica, fatta di canti condivisi, di simboli esibiti (bandiere, canti, luci), di saluti scambiati anche tra persone che – ordinariamente – fanno fatica a vincere il silenzio imbarazzante degli incontri nell’ascensore o per le scale delle case. Rimanendo nel chiuso delle nostre case, ci siamo aperti a forme di incontro inconsuete, ma non per questo meno forti. Ognuno a casa propria, ma tutti insieme per coltivare un sogno comune: un paradosso…

Molto più che in altri momenti, abbiamo visitato luoghi, musei, città d’arte in modo virtuale, ossia con una modalità di presenza che, sebbene faccia a meno della dimensione fisica dello spazio, riesce a farci cogliere dettagli che spesso sfuggono all’osservazione nelle visite normali. Abbiamo sperimentato che è possibile essere immersi in questi ‘concentrati di bellezza’ presenti nel mondo anche senza spostamenti, senza impegno di tempo, senza spreco di energie fisiche; senza passare per le tante piccoli e grandi ‘forche caudine’ (soprattutto economiche) che sono connesse al viaggiare. Siamo stati un po’ dappertutto, senza muoverci di casa: un paradosso…

Mentre tutti avevamo coscienza della nostra debolezza di fronte a un nemico invisibile, abbiamo riscoperto forme inconsuete di forza: la solidarietà, la dedizione, il coraggio del futuro, la speranza, la fantasia nel reinventare gli impegni, la caparbietà nella ricerca del vaccino contro il Covid 19 o delle cure più appropriate. Proprio mentre le povertà ci avvolgevano, abbiamo riscoperto ricchezze non effimere, tra le altre, quella del paradosso.

Ho considerato che i paradossi (e quindi il ‘non-convenzionale’, il pensiero ‘alternativo’) abitano l’esperienza cristiana fin dalle sue origini. Ho richiamato alla mente i tanti paradossi che abbiamo appreso da Gesù di Nazaret:

  • “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25);
  • “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24);
  • “chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,43-44);
  • Egli è il Maestro che lava i piedi ai discepoli (Gv 13,5).

Ho pensato che chi ‘frequenta’ il Maestro di Nazaret, inevitabilmente viene stimolato ad “allargare gli orizzonti della razionalità” (Benedetto XVI); viene provocato ad andare ‘oltre’, sotto diversi profili: oltre le apparenze, oltre le soluzioni a buon mercato, oltre i sofismi, oltre la superficialità del giudizio, oltre i moralismi, oltre i perbenismi, oltre i compromessi, oltre le differenze sociali, oltre ogni forma di razzismo, oltre le discriminazioni…

Consideravo, poi, che il pensiero cristiano, quello che è sorto dal terreno della prassi e della predicazione di Gesù, quel pensiero che è stato approfondito con fatica nel corso dei secoli dalla comunità ecclesiale, è a sua volta carico di paradossi. Infatti noi diciamo che Gesù è:

  • il Verbo infinito che si è circoscritto nella finitudine di una carne umana;
  • è “uno della Trinità [impassibile] che ha sofferto”;
  • è l’Onnipotente che non scende dalla croce;
  • è la Parola che chiede “perché?” (Mc 15,34) e riceve quale risposta il silenzio del Padre;
  • è “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3), “davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3).
  • è vero Dio e vero uomo, nell’unità della Persona divina del Verbo.

A partire dalla Sua parola e dalla Sua prassi, affermiamo che Dio è Trinità di Persone, nell’unità della natura e nella comunione perfetta del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Grazie a Lui, noi professiamo che la Chiesa è “una, santa, cattolica, apostolica” (Simbolo Niceno-Costantinopolitano), eppure “sempre bisognosa di perdono” (Lumen Gentium 8).

Noi crediamo che, pur rimanendo nei nostri limiti di creature umane, grazie al Figlio e allo Spirito, inviati dal Padre, sia veramente “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4).

Un’ultima considerazione. Tutti abbiamo visto quale ruolo abbiano avuto in questa avventura i media digitali. Ormai dovremo riscrivere non pochi capitoli della nostra vita, non solo sul piano pratico, ma anche su quello teorico. Forse dovremo essere più pronti a fare spazio al paradosso, a superare schemi e parametri semplicistici. Dovremo abituarci a fare spazio alle sorprese di un Dio che spiazza, che va oltre, che con la sua Provvidenza, in un modo imprevisto, indica all’umanità e alla Chiesa strade che conducono a realizzare il progetto di bene che Egli ha per noi.

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