Cultura dello scarto: per il bene dei sudditi

Cultura dello scarto: per il bene dei sudditi

È probabile che i nostri governanti debbano ricorrere frequentemente alla menzogna e all’inganno per il bene dei sudditi. E abbiamo affermato che tutto ciò è utile come una medicina. Platone, Repubblica, libro V

La notizia è questa: in Danimarca, nel 2019, sono nati 18 bambini con sindrome di Down1. È una notizia buona o cattiva? Cioè: sono nati “solo” 18 bambini Down oppure sono nati “ancora” 18 bambini Down?

La risposta corre sul filo e anzi, di più: le risposte sono entrambe valide. Esplorando l’antefatto capiremo il perché.

Eugenetica soft

Nel 2004 il governo danese mise a punto un programma che aveva come obiettivo l’eradicazione della sindrome di Down dai confini del regno. Il programma consisteva (e consiste) nel proporre alle gestanti un esame diagnostico prenatale – totalmente gratuito e molto accurato, per accertarsi della presenza di anomalie cromosomiche nel feto – e nel lasciare libera scelta di abortire in caso di responso positivo alla sindrome di Down. Anche l’Islanda, solo qualche anno prima, aveva preso la stessa iniziativa con il medesimo obbiettivo.

Le statistiche riportano che, già l’anno successivo, le nascite di bimbi Down nel regno di Danimarca erano scese del 61%. Il programma ha successo: a suo favore giocano, prima di tutto, la gratuità degli accertamenti prenatali e anche, in seconda battuta, una certa pressione psicologica che inevitabilmente porta a uno “scarico di responsabilità”, se così si può dire: lo Stato non costringe ma suggerisce e, se suggerisce, lo fa per il bene dei sudditi. Sudditi ai quali si vogliono risparmiare le ricadute economiche susseguenti alla cura e al mantenimento delle persone Down.

Un’operazione di eugenetica soft, poiché viene effettuata solo su base volontaria: non c’è obbligo di affrontare gli esami diagnostici né di abortire, e nessuna “punizione” è prevista per chi sceglie di mettere al mondo un figlio Down.

Se questa affermazione può far orrore, perché classifica alcune persone come inutili e perciò come un peso da portare senza riceverne nulla in cambio – esempio lampante e tangibile di quella “cultura dello scarto” di cui parla papa Francesco – è nostro dovere ricordare che «non c’è niente di nuovo sotto il sole», come dice Qohelet, e che da sempre ogni società a ogni latitudine ha preso le sue contromisure per “difendersi” dai pesi inutili.

In Grecia

Ancora nel V libro della Repubblica, Platone immagina un dialogo tra Socrate e un certo Glaucone:

– Dimmi una cosa, Glaucone: vedo in casa tua cani da caccia e un gran numero di uccelli rari. Hai mai pensato al loro accoppiamento e alla loro figliazione?
– Ossia?, chiese.
– Tanto per cominciare, sebbene siano tutti di razza, non ce ne sono alcuni che tra loro risultano i migliori?
– Ci sono.
– E tu fai figliare da tutti quanti indistintamente, o stai attento che ciò avvenga il più possibile dai migliori?
– Dai migliori. 
– Dai più giovani, dai più vecchi, o da quelli nel massimo fiore dell’età?
– Da questi ultimi. 
– E se la figliazione non avviene così, ritieni che la razza degli uccelli e dei cani peggiorerà di molto?
– Certamente, rispose.
– E per i cavalli e gli altri animali pensi che sia diverso?, domandai. 
– Sarebbe assurdo!, esclamò.
– Perbacco!, feci io. Bisogna che i nostri governanti, caro amico, siano davvero di prim’ordine, se è così anche per il genere umano!

Da qui, l’idea che fosse compito dei filosofi (i Custodi) decidere tempi e qualità degli “accoppiamenti” dei sudditi. I figli nati da unioni non “consacrate”, e perciò illegali e illegittime, vengono al mondo in tenebra per colpevole incontinenza, dice Socrate. Andranno sottratti alle madri e portati in un luogo nascosto per essere abbandonati: lì, certamente, moriranno. Superfluo aggiungere che per i neonati affetti da qualunque tipo di palese disabilità la sorte era più che segnata, e fin dal primo istante di vita. Per il bene dei sudditi.

Queste affermazioni di Platone, messe in bocca al suo maestro Socrate, non costituivano uno scandalo per i Greci, soprattutto per quel che riguarda i neonati deformi. Aggiunge infatti Socrate: E se qualche deforme nascesse anche dai primi (i valorosi e le elette,unici autorizzati alla riproduzione, ndr) sarà portato in luogo nascosto segreto, come conviene. A meno che la levatrice non fosse già intervenuta con mani pietose a rendere più lieve la sorte del neonato.

La nascita di un bambino deforme era dimostrazione patente di una qualche divinità irata, segno di maleficio o di colpa – colpa delle donne soprattutto, spesso accusate di amplessi bestiali.

A Roma

A Roma non andava meglio, anzi. Qui le difficoltà erano di due tipi. La prima riguardava la nascita “piena” del bambino, che non aveva luogo finché il pater familias, ai cui piedi veniva deposto il neonato, non lo avesse preso in mano e sollevato al cielo, sancendo con questo gesto il pieno riconoscimento di quel piccolo essere come suo figlio. Se ciò non accadeva, il bambino doveva essere esposto, ossia abbandonato fuori della porta di casa. Ma nessuna levatrice avrebbe mai deposto ai piedi del pater un neonato deforme, in quanto espressamente proibito dalla legge delle Dodici Tavole, punto IV: il neonato visibilmente deforme deve essere ucciso subito.

Ancora cinquecento anni dopo, il filosofo Lucio Anneo Seneca scrive: Noi soffochiamo i feti mostruosi, e anche i nostri figli – se sono venuti alla luce minorati o anormali – li anneghiamo: ma non è ira, è ragionevolezza (nec ira, sed ratio) separare gli esseri inutili dai sani2.

Questa “ragionevolezza”, del resto, trovava spazio in tutta la vita del cittadino romano. La mancata integrità del corpo – e veniamo qui alla seconda difficoltà – era un problema molto serio. Il reduce di guerra, per esempio, che fosse tornato mutilato si ritrovava a essere un uomo deminutus, diminuito, e deprivato della sua dignità di cittadino e di molte facoltà riservate agli uomini sani. Tra l’altro non era più nella capacità di sacrificare, perché sia l’officiante sia la vittima dovevano possedere corpi perfettamente integri.

Il mondo giudaico-cristiano

Nessun uomo che abbia qualche deformità potrà accostarsi [ad offrire il pane del suo Dio]: né un cieco né uno zoppo né uno sfregiato né un deforme, né chi abbia una frattura al piede o alla mano, né un gobbo né un nano né chi abbia una macchia nell’occhio o la scabbia o piaghe purulente o i testicoli schiacciati (Lv 21, 18-20).

Con la consueta minuziosità, il Levitico specifica fin nei dettagli le caratteristiche dell’uomo indegno di avvicinarsi all’altare del sacrificio; con eguale precisione, poco oltre, elencherà le qualità della vittima.

Tuttavia la legge mosaica proibiva agli Ebrei di esporre e abbandonare i figli (Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra, Gen 9,1); proibiva l’aborto; condannava a morte chi provocasse la morte del feto già formato nel grembo materno. Cosa accadesse ai disabili, non sappiamo.

Nonostante Cristo sia venuto a guarire gli infermi e a liberare i prigionieri, e dunque a “rivoltare” il mondo, il pregiudizio nei confronti di ogni disabilità rimarrà annidato ancora per secoli e secoli, anche nella Chiesa. Gregorio Magno era fermamente convinto che una dimora malata non potesse in alcun modo ospitare un’anima retta e che quindi un corpo deforme fosse specchio di un cuore irrimediabilmente traviato. Nel Catechismo tridentino (promulgato da Pio V nel 1566) al numero 287 della parte sull’Ordine sacro, leggiamo: Non devono essere promossi agli ordini i deformi per qualche grave vizio corporale e gli storpi. La deformità ha qualcosa di ripugnante, e questa menomazione può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti.

La Storia fa una curva

Nel corso dei secoli, i disabili hanno mendicato, sono stati rinchiusi negli ospizi e nei manicomi oppure nascosti tra le quattro mura di casa come una vergogna che non si può mostrare; sono stati dileggiati e uccisi o sono morti di fame.

Poi qualcosa è cambiato. Sono stati i progressi della medicina, visibili in modo particolare dal Settecento in poi; sono state le tragedie immani della I guerra mondiale, con 8 milioni di invalidi, e della II guerra mondiale, con 24 milioni di feriti militari e 32 milioni di feriti civili. È stato l’orrore assoluto dei campi di sterminio, in cui sono morti in modo atroce, insieme con tutti gli altri, almeno 200mila disabili e malati di mente a seguito del piano messo a punto dalle autorità naziste e noto con il nome di Aktion T4.

Quelle che il nazismo chiamava Lebensunwerten Leben – vita che non merita di vivere, nella splendida traduzione del filosofo Giorgio Agamben3 – ebbene queste vite, dopo la II guerra mondiale, hanno cominciato a “meritare” una vita piena e degna. Nel 1948 l’Onu (appena nato) pubblica la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che, tra l’altro, riconosce a ogni persona il diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità. Nello stesso anno entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, che all’articolo 38 recita: Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. […] Gli inabili e i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.

Diritto alla salute, diritto all’assistenza sociale, diritto alla scolarità: diritto alla vita, insomma.

Lo scenario cambia in profondità, eppure non sono tutte rose e fiori. Rimane l’eterna tentazione dell’uomo di aggiustare gli “errori” della natura magari risolvendoli alla radice. In alcuni Paesi partono piani (segreti) di sterilizzazione forzata, come negli Stati Uniti – dove vengono sterilizzate a loro insaputa donne native e afroamericane – in Cecoslovacchia, dove stessa sorte subiscono le donne Rom; in Giappone, dove le attenzioni sono di nuovo rivolte a persone con disabilità fisiche e mentali4. Sono soltanto alcuni esempi.

Ovviamente queste procedure non hanno nulla a che vedere con quella che all’inizio di questo articolo abbiamo chiamato “eugenetica soft” in riferimento alla Danimarca. Eppure nelle intenzioni finali una qualche somiglianza c’è, perché si desidera che da alcune persone non nascano figli o che non nascano figli malati. Non è nazismo (o “platonismo”) quello che ha informato la legge danese del 2004, non c’è un obbligo di Stato. Ma si pensa, e neanche tanto velatamente, che la vita di una persona Down non meriti di vivere.

Inoltre l’espressione “eradicare la sindrome di Down” ha un suono più che sinistro. Eradicare una malattia – come fu per il vaiolo negli anni Settanta del secolo scorso, oppure per la poliomielite, recentissima vittoria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – è una cosa. Eradicare un’anomalia cromosomica come la sindrome di Down porta come unico significato quello di uccidere una persona.

La crisi

Un ultimo pensiero lo riserviamo ancora ai Down e ad alcune situazioni di crisi che li hanno visti involontari protagonisti. Nel 2010 le linee guida della Regione Veneto sui trapianti indicavano ai medici, data la scarsità di organi, di prediligere uomini e donne sani, padri e madri di famiglia, rispetto a persone affette dalla sindrome di Down – queste ultime ritenute non in grado di comprendere l’importanza del trapianto e della successiva riabilitazione. Ma è difficile non sentire un’eco di quell’inutilità (e improduttività) che è stato il secondo stigma di tutte queste persone, dopo quello fisico.

Del resto, soltanto l’anno prima, nel prepararsi alla temuta pandemia da H1N1, molti Stati nordamericani avevano predisposto un piano sanitario che prevedeva di escludere dalla somministrazione del vaccino gli anziani, i dializzati, i malati terminali, gli handicappati fisici e psichici. «Non è ira, è ragionevolezza», direbbe Seneca. E questa storia non finisce mai.

Di fronte all’emergenza gli uomini e le donne non sono tutti uguali. A molti medici, sul campo dolorosissimo della presente pandemia, è stata implicitamente richiesta una scelta “ragionevole”, di buon senso: a chi dare l’unico ventilatore polmonare? A un giovane, a un vecchio, a un malato, a un sano? Per chi dobbiamo giocare l’unica carta che abbiamo?

Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà, dice Qohelet (1,9). È compito di tutti gli uomini e le donne di buona volontà tenere alta la guardia perché questo non accada. A noi cattolici anche il compito di pregare Dio: Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani (Sal 10,14).

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Questo articolo è largamente debitore a M. Fioranelli, Il decimo cerchio, Appunti per una storia della disabilità, Laterza, 2011.


1 https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/i-18-neonati-down-scampati-all-eugenetica-danese

2 L. A. Seneca, De ira, libro I, 15.2

3 cfr. G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, 1995.

4 https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-sterilizzazione-dei-disabili-continua-ad-agitare-il-giappone

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