Calendario come organizzazione sociale

Calendario come organizzazione sociale

Il calendario, come divisione del tempo privato dal tempo pubblico, è in crisi a causa del lavoro. Quali conseguenza conseguono? Che cosa possiamo fare?

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L’articolo è una rielaborazione di quello pubblicato il 28 gennaio 2019 sul sito dell’Institute for Digital Society.

Il calendario, come organizzazione sociale di divisione del tempo privato dal tempo pubblico, è parte del bene comune che oggi è in crisi a causa della flessibilità richiesta dal lavoro. Quali conseguenze ne discendono? Che cosa possiamo fare?

Calendario: un’organizzazione sociale

La società e la vita dei suoi membri, sono regolate da sempre su un calendario come organizzazione sociale. Il più comune è stato quello lunare, ancora oggi utilizzato sebbene non in maniera ufficiale (pensiamo all’agricoltura oppure alla religione ebraica).  Il nostro calendario, giuliano prima gregoriano poi, risentiva meno di queste influenze naturali ma scandiva in modo più rigoroso il tempo civile e quello religioso. Il calendario religioso segnava in modo intransigente le festività cristiane, forte del comando divino di santificare le feste, mentre quello civile impegnava tutto il tempo rimasto. La sovrapposizione dei due calendari regolava la vita sociale e familiare alternando lavoro e festività, dovere e piacere. Questa sorta di alleanza permetteva di progettare una vita comune, familiare, condivisa, formava l’identità del gruppo e rinsaldava i vincoli parentali e sociali.

La secolarizzazione cancella il calendario religioso

L’avvento delle scienze e dell’industrializzazione ha determinato il disincanto del mondo, la caduta dei miti, delle religioni e dell’universo dei significati che essi rappresentavano senza riuscire, però, a proporre nuovi valori. Il calendario religioso appariva improvvisamente privo di significato, si allentava l’obbligo della festività, iniziava ad essere disatteso fino al completo abbandono. È importante ricordare la settimana lavorativa ininterrotta (nepreryvka) instaurata da Stalin nel novembre del 19311. La settimana diventa un ciclo lavorativo di sei giorni con uno di riposo, differente per ogni categoria di lavoratore, realizzando un ciclo continuo di produzione generale. Di contro, il giorno libero non era più lo stesso per tutti, con gravi problemi alla condivisione ed alla vita familiare. Quando le proteste montarono e ci si accorse che città e campagne usavano calendari diversi con rischio di una spaccatura del tessuto sociale, si ritornò al calendario consueto nel 1940. A che cosa è utile il tempo libero se non è condivisibile con amici e con la famiglia? Chi vorrebbe, era questa la critica, un giorno libero quando tutti gli altri lavorano? Quale tipo di relazione e progetto di vita si può organizzare?

Il digitale cancella il calendario civile

La necessità di regole per una vita sociale comune, ha obbligato ad una difficile mediazione fra i beni individuali, affinché si giungesse ad un compromesso cui ognuno ha sacrificato parte delle proprie aspettative.
Il digitale ha amplificato la percezione di affrancamento dai condizionamenti esterni e quella di costruzione di un universo all’interno del quale sia possibile vivere liberamente. I legami e le connessioni con il mondo esterno e con le persone si affievoliscono, la propria responsabilità verso la biosfera e l’umanità viene sempre più disconosciuta.
Nel recente periodo di lockdown, se è vero che le videoconferenze hanno permesso di mantenere i contatti e le relazioni, è anche vero che è avvenuto digitalmente cioè non si è condiviso lo spazio ed il tempo, i nostri interlocutori potevano essere non solo in spazi differenti ma anche in tempi (fusi orari) differenti. Il digitale, come un mixer, miscelava gli spazi ed i tempi per dare un unico output condiviso.
Negli incontri di persona, si condivide il tempo e lo spazio con gli altri partecipanti e si deve trovare un codice di comportamento condiviso che lo regolamenti. Questi sono i saluti iniziali, i preamboli alla discussione, il modo civile di discutere, il modo di concludere e di salutarsi.
Nel digitale tutti questi codici sociali sono distrutti e vanno rinegoziati. Si presenta nuovamente l’esigenza di ritrovare un bene comune cioè condiviso.  Non dovremmo continuare ad utilizzare gli strumenti digitali per aumentare la divisione, ma come laboratorio per verificare nuove forme di socialità, rintracciare valori comuni e condivisibili per recuperare la cura e l’attenzione verso il mondo esterno ed i suoi abitanti.
Il recente fenomeno dello smart working è un esempio evidente. Perché così tanti lavoratori gradiscono e richiedono questa nuova modalità? Perché allontanandosi dal mondo esterno (la sede di lavoro) e dai suoi abitanti (colleghi e superiori), eludono la difficoltà della mediazione dei valori individuali per giungere ad un modus vivendi condiviso. Lavorare da casa inserisce il lavoro all’interno dell’universo personale, nella propria comfort zone evitando, così, tensioni e condizionamenti.
È un modo inadeguato di utilizzo del digitale che asseconda il desiderio di vivere liberi da l’altro anzichéliberi di vivere con l’altro.

Il nostro calendario di perpetuo lavoro

“Insegnaci a contare i nostri giorni ed acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90, 12). Probabilmente non siamo saggi proprio perché, ancora oggi, non abbiamo un calendario certo sul quale contare i giorni.
Oggi il calendario inteso come organizzazione sociale sta vivendo una sorta di crisi. Il digitale ci sta facendo ritornare nel caos sociale a causa sia del lavoro continuo e flessibile sia del tramonto del Cristianesimo. La domenica e le festività religiose, non sono più percepite come un terreno inviolabile. La domenica non è più il tempo di Dio, della famiglia, dello sguardo rivolto all’altro ma è un giorno in più da aggiungere al calendario civile. La settimana lavorativa non è più di cinque giorni per otto ore, ma continua, senza zone franche, fuori dagli orari canonici con riunioni, telefonate, messaggi, email tanto che si inizia a inserire, nei contratti di categoria, il rispetto dell’orario e il diritto a non rispondere fuori da questo tempo. La ottimizzazione dei processi lavorativi, stabiliti tramite algoritmi di gestione dei turni, ha generato una programmazione just in time dove efficienza (processi meno onerosi) ed efficacia (idoneità al risultato) richiedono la flessibilità lavorativa come obbligo imprescindibile. Il calendario dei turni di lavoro è stabilito sempre più in prossimità alla sua attuazione, dando spesso solo una, massimo due settimane di preavviso. Così, diventa sempre più difficile organizzare una vita sociale, di relazioni. Trovare una data comune diventa un problema e un impegno improvviso (ad esempio un matrimonio di qualcuno) è capace di vanificare fragili compromessi. Vengono meno i vincoli sociali, amicali e parentali che garantiscono una identità di gruppo, il costituirsi di un bene comune, la solidarietà ed assistenza reciproca. Proprio la rottura di questi vincoli è la condizione per l’emersione di pulsioni individualistiche e populiste che sono alla base della nascita della tirannide.

Chi salverà l’apericena?

Nell’udienza generale di mercoledì 13 dicembre 2017, papa Francesco ebbe a dire che la domenica, benché formalmente mantenuta come giorno festivo, è stata completamente svuotata di senso. «Alcune società secolarizzate hanno smarrito il senso cristiano della domenica illuminata dall’ Eucaristia. È peccato, questo! In questi contesti è necessario ravvivare questa consapevolezza, per recuperare il significato della festa, il significato della gioia, della comunità parrocchiale, della solidarietà, del riposo che ristora l’anima e il corpo».
«L’astensione domenicale dal lavoro non esisteva nei primi secoli: è un apporto specifico del cristianesimo. Per tradizione biblica gli ebrei riposano il sabato, mentre nella società romana non era previsto un giorno settimanale di astensione dai lavori servili. Fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’ Eucaristia, a fare della domenica – quasi universalmente – il giorno del riposo. Senza Cristo siamo condannati ad essere dominati dalla stanchezza del quotidiano, con le sue preoccupazioni, e dalla paura del domani. L’incontro domenicale con il Signore ci dà la forza di vivere l’oggi con fiducia e coraggio e di andare avanti con speranza»2.

Oggi, sembra che il significato della festa, per cristiani e non, sembra la possibilità di passare una serata in allegria e leggerezza, come nell’apericena. Potremmo dire, allora, che una società che non riesce ad organizzarsi per l’apericena è una società in pericolo. Stabilire un baluardo al tempo del lavoro, significa ridare importanza al calendario religioso, ridare priorità alla vita delle persone, riscoprire il vincolo umano ed il bene comune: una società sana. Potremmo dire che solo il cristianesimo può salvare l’apericena.


Note

1 M. Castells, La nascita della società in rete, UBE Paperback, 2014, pagg. 492-496

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