Un dialogo possibile?

Un dialogo possibile?

Che cosa significa il dialogo interreligioso? Proviamo a fare chiarezza con chi lo vive ogni giorno, come minoranza, in missione in Turchia.

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L’esperienza dei Domenicani di Istanbul in dialogo con l’Islam

Pensavo di cominciare così: “Non esiste un dialogo con l’Islam, perché si dialoga tra persone e non tra religioni”. Poi ho cambiato idea.
Il punto è intendersi sulle parole.

Dialogare con una religione

Cominciamo da religione. Cos’è una religione? Definiamola come una comunità, estesa nel tempo e nello spazio, di uomini che condividono un insieme di credenze, tradizioni, riti e, a volte, scritture.

E cos’è il dialogo? È lo scambio di idee, informazioni, emozioni. Il dialogo presuppone una differenza, che è proprio il valore che vale la pensa scambiarsi. Che senso avrebbe parlarsi se non ci fosse da comunicare qualcosa che l’altro ancora non sa? Ma presuppone anche una comunanza, che è ciò che, rendendo comprensibile all’interlocutore quello che gli si vuol far sapere, è la condizione di possibilità del dialogo. Due persone che non hanno nessuna lingua in comune (nemmeno una rudimentale lingua di segni) possono forse dialogare? Certo che no.

E allora, come si fa a dialogare con una religione?

Innanzitutto si tratta di mettersi in ascolto di un’autentica sinfonia. Ci sono le persone in carne e ossa che vivono oggi quella religione e che te la raccontano, ciascuno secondo la sua personalissima esperienza. Ci sono i libri che sono stati scritti, magari secoli prima, magari in una lingua antica e misteriosa. Ci sono i monumenti, i luoghi di culto da osservare con attenzione, da toccare ed odorare. Ci sono i gesti e le preghiere davanti al quale fermarsi con silenzioso rispetto. C’è la musica e l’arte. Queste sono le voci di una religione.

Per comprendere una simile sinfonia ci vuole tanta pazienza e disciplina. Abbiamo, tanto per cominciare, uno strumento che ci permette di cominciare a parlarci: la nostra comune umanità. I musulmani, quelli di ieri come quelli di oggi, sono uomini e donne come noi, che nutrono le nostre stesse speranze ed emozioni. E che hanno un rapporto con la loro religione simile a quello che abbiamo noi. Ci sono stati e ci sono musulmani molto pii e altri decisamente tiepidi. C’è chi segue il Corano “alla lettera” e chi vorrebbe una riforma dell’Islam. C’è chi fa cinque preghiere al giorno e chi digiuna a mala pena qualche giorno di Ramadan. C’è chi ha paura dell’occidente o del cristianesimo, chi ne è incuriosito e lo vorrebbe conoscere meglio. C’è chi fa un uso politico della propria religione e chi la vive con maggiore discrezione. C’è chi è turco e chi è saudita. Musulmani e cristiani sono spesso uomini e donne alla ricerca del senso profondo della loro esistenza.

Con l’Islam noi cristiani abbiamo anche alcuni riferimenti comuni. Facciamo risalire la nostra origine a una comune promessa divina e facciamo memoria degli stessi patriarchi e profeti. Non solo, l’Islam condivide con i cristiani orientali la stessa lingua, alcuni modalità di preghiera e digiuno, una attitudine prevalentemente iconoclasta e, persino, alcuni aspetti di architettura sacra. Dal punto di vista teologico, loro come noi, hanno tentato (con successo) di conciliare la filosofia di Platone e Aristotele con il monoteismo e, da noi come da loro, questo tentativo è stato contestato in nome della potenza assoluta di Dio. Sia il sapiente musulmano del XIV secolo Ibn Taymiyya che il teologo calvinista del XX secolo Karl Barth consideravano l’analogia entis un’invenzione di satana.

Se non ci si va cauti, però, questi elementi in comune sono una spada a doppio taglio: aiutano, ma possono anche trarre in inganno. Bisogna guardarsi bene dall’emettere giudizi affrettati dopo aver ascoltato magari solo qualche nota o i primi movimenti. Il malinteso si annida dietro ogni angolo. Diceva Wittgenstein che il compito del filosofo è di far pulizia degli equivoci dovuti a un cattivo uso del linguaggio. Questo è anche il compito di ogni operatore del dialogo interreligioso (dall’anziano professore di teologia al giovane attivista): a metterci in guardia dalle trappole in cui possiamo cadere quando dialoghiamo con una religione diversa dalla nostra.

Le trappole del dialogo interreligioso

Propongo qui sotto un elenco non esaustivo di trappole in cui si può cadere. Tutte hanno un elemento in comune: la difficoltà ad accettare il diverso, per cui o lo si assimila o lo si rifiuta. Chi dialoga, invece, deve innanzitutto imparare a mettersi in ascolto di parole nuove.

Una trappola in cui si cade di frequente è, ad esempio, quella di ricondurre lo sconosciuto al conosciuto, assimilando concetti di altre religioni a concetti simili a noi familiari, finendo per fraintendere completamente il dato nuovo che ci viene comunicato. Se, ad esempio, ci accostassimo al Corano come a una specie dei Bibbia dei musulmani (o viceversa), andremmo incontro ad un’esperienza molto arida. Non caveremmo un ragno dal buco.  

Un’altra trappola, frequentissima, è quella di pensare che l’altro sia niente di più l’ultima parola che abbiamo ascoltato. Allora l’Islam diventa l’ultima avventata dichiarazione di un imam che ha studiato poco o l’ultimo articolo scritto da un giornalista in disperata ricerca di lettori. Non che quest’articolo o quella dichiarazione non siano reali e non abbiamo una loro importanza e il diritto ad essere ascoltati… ma attenzione a non perdere di vista l’immensa complessità e varietà in cui quella singola parola si colloca. In fin dei conti, anche il cristianesimo è molto più dell’ultima, distratta omelia del vostro parroco.

La terza trappola è quella di far finta di non sentire quello che non ci piace. Siccome si pensa che il dialogo deve essere bello, piacevole, pacifico, armonioso, morbido, allora si evita accuratamente tutto quello che rischia di rovina l’idillio. Eppure, un dialogo vero è quello che sa parlare francamente, confrontarsi ed accettare il disaccordo per scoprire, ruvidamente, la verità propria e dell’altro.

La quarta è simile alla terza: pensare che il dialogo abbia come proprio fine il trovarsi d’accordo. Allora il primo che si mette a dialogare viene subito accusato di relativismo, di svendere i propri dogmi, di intelligenza con il nemico. E se invece il fine del dialogo non fosse altro che imparare qualcosa di nuovo?

Quello che abbiamo da dire

Ma dialogare non è solo ascoltare. E’ anche parlare. E come si fa a parlare a una religione, a una comunità, cioè, di uomini e donne che si estende nello spazio e nel tempo? Si potrebbe cominciare a parlare a coloro che ci vogliono ascoltare, facendosi conoscere, immergendosi nell’altra religione, creando opportune occasioni di incontro, stringendo legami di amicizia. Noi, a Istanbul, facciamo una cosa molto semplice: apriamo la chiesa ai visitatori. E sono tanti i non-cristiani che entrano, guardano, ascoltano (se c’è musica sacra in sottofondo), leggono (cartelli e volantini) e fanno domande. Organizziamo anche conferenze e seminari. A volte vengono in pochi (e non è un male, perché ci si può stringere la mano), a volte in molti. Una volta che si è conosciuti, capita anche di venire invitati a parlare, magari persino nelle università e nelle scuole. Ecco c’è un Islam che ascolta un Cristianesimo.

I mezzi di comunicazioni, vecchi e nuovi, permettono anche di andare oltre le distanze fisiche e di lasciare delle tracce (degli articoli, dei video, degli audio) che potranno essere ascoltate anche molto tempo dopo la loro pubblicazione. Si possono scrivere dei libri e dei libri vengono tradotti. Uno dei miei passatempi istanbulioti è gironzolare per le librerie della città a scovare opere cristiane o di cultura cristiana tradotte in turco. Agostino, Tommaso, Kierkergaard, Simone Weil… fino al nostro (domenicano) Campanella…

Qual è l’aiuto che possiamo dare per venire incontro al desiderio dell’Islam di ascoltare il Cristianesimo? C’è ancora così tanto da fare! Il Dost-I, il nostro centro di studi specializzati, lavora proprio a questo: promuovere il dialogo, ascoltando e facendo ascoltare. Tra le strategie che adottiamo non c’è, quindi, solo la semplice offerta di luoghi di incontro e dialogo o l’offerta di alcuni contenuti che siano fruibili anche a chi non è cresciuto in un ambiente cristiano. C’è anche il costante tentativo di aiutare i nostri interlocutori a sfuggire alle trappole del dialogo che ho menzionato sopra (e in cui, ovviamente, cascano sia cristiani che musulmani), ripulendo il terreno gli equivoci e cercando di mettere in mano a cristiani e musulmani gli strumenti per comprendersi meglio.

Emozioni in dialogo

 Il dialogo non è solo una questione di testa, ma spesso avviene in un contesto storico che ci coinvolge emozionalmente e di cui bisogna assolutamente tenere conto. Agli interlocutori è richiesto, in un certo senso, di mettersi l’uno nelle scarpe dell’altro, per comprenderne anche il cuore e le passioni che esso nasconde.

Il cristianesimo in Turchia non è un fatto neutro a cui ci si accosta freddamente o, al massimo, con un po’ di curiosità, come ci si accosterebbe allo studio di un insetto esotico o alla cultura di un popolo lontano. Il cristianesimo in Turchia (come l’Islam in Europa) porta con sé un groviglio di storie, e quindi memorie, che incidono nel sentito profondo degli abitanti di questa terra. Il cristianesimo è la religione degli idolatri che credono a tre dei invece che uno. E’ Bisanzio, la grande civiltà conquistata, ma che, per molti versi, è rimasta un modello inarrivabile. Sono le crociate, il grande nemico che viene da ovest. Sono le potenze occidentali che hanno umiliato gli ottomani. Sono le minoranze etnico religiose che hanno cospirato contro l’unità della Turchia, mettendosi in combutta con russi e greci. Ma il cristianesimo è anche la religione capace di produrre tanta bellezza e delle società in cui si desidera emigrare.

Per promuovere il dialogo con l’Islam è quindi importante aiutare a rimuovere pregiudizi e paure a loro connesse. Si tratta di far sapere che noi non siamo nemici, spie del Vaticano venute a complottare contro i turchi. Si tratta di far capire che vogliamo bene al paese in ci troviamo e alle persone che lo abitano. Si tratta di essere accoglienti e sorridenti, a volte pazienti, sempre onesti, sinceri e gentili. Finché passi la paura, si aprano le orecchie e si sciolga la lingua.

Oltre le categorie

Nel 1984 il Segretariato per i Non Cristiani (l’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso) pubblicò il documento Dialogo e Missione, in cui si proponeva una tassonomia del dialogo interreligioso che è divenuta praticamente normativa. Sono stati individuati quattro tipo di dialogo interreligioso:

1. Il dialogo della vita, che è proprio di ogni persona e che consiste in rapporti di cordialità e amicizia tra persone di religione diversa;

2. il dialogo delle opere, che si attua nella collaborazione nel servizio al prossimo;

3. il dialogo teologico, che è proprio degli esperti “per confrontare, approfondire e arricchire i rispettivi patrimoni religiosi, sia per applicarne le risorse ai problemi che si pongono all’umanità nel corso della sua storia”;

4. il dialogo dell’esperienza religiosa, in cui ci si confronta sulle rispettive esperienze di preghiera e vita mistica.

Nella prospettiva del dialogo con una religione che ho delineato sopra, questi quattro tipi di dialogo interreligioso non possono essere considerati compartimenti stagni, a sé stanti o di pertinenza esclusiva di determinate categorie di persone, per cui, se il primo è di tutti, il secondo è solo di chi fa volontariato sociale, il terzo dei teologi e il quarto dei monaci. Il dialogo con una religione è dialogo con tutto un mondo, in tutti i suoi aspetti di parole e opere. O si pensa che solo chi ha una licenza in teologia possa leggere un’opera di al-Ghazali? O che solo un contemplativo si possa accostare al variegato mondo dei sufi? Tutti, quindi, ognuno secondo le proprie esperienze e conoscenze, hanno la possibilità di partecipare al dialogo interreligioso in tutti i suoi aspetti.

Inoltre, ogni tipo di dialogo nutre e rinforza l’altro. Si può forse ascoltare la testimonianza di una comunità religiosa senza considerare come riflessione teologica e servizio al prossimo siano strettamente connessi? o come l’esperienza religiosa di carattere contemplativo entri nella vita di ciascun fedele? Mettendosi in ascolto dell’Islam, si può forse ignorare di come l’ascolto del Corano entri nel cuore dei fedeli? Impegnarsi in un tipo di dialogo ignorando gli altri sarebbe come ascoltare solo gli archi di una sinfonia o gli ottoni, ignorando gli altri strumenti.

La tassonomia proposta è sicuramente uno strumento utile alla riflessione, ma l’autentico dialogo interreligioso è vita che va ben oltre certe rigide schematizzazioni. Ci tengo a sottolineare questo aspetto, anche per metterci in guardia dal rischio di considerare il dialogo come un qualcosa che ha luogo in commissioni, tra esperti o rappresentanti dei gruppi religiosi, in luoghi chiusi e sterilizzati.

Il dialogo interreligioso, invece, è una grande avventura per tutti coloro che vogliono imbarcarsi verso mondi nuovi.

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