Ascolta gli italiani applaudire dai balconi

Ascolta gli italiani applaudire dai balconi

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Nostra traduzione dell’articolo Hears the Italians clapping from their balconies pubblicato su questo sito

Ascolta! Cosa sentiamo? Subito dopo l’inizio del lockdown, gli inglesi hanno sentito gli italiani applaudire dai balconi. Ciò esprimeva magnificamente il paradosso di questo strano periodo. È stato un momento di canto e di gioia condivisi. Anche gli stranieri vi partecipavano. Infatti, cantavano pure le persone sedute davanti al computer e alle televisioni di tutto il mondo. Eppure le persone che abbiamo visto cantare erano chiuse ognuna nel proprio appartamento, impossibilitate a mescolarsi e a socializzare con gli altri per le strade. Era un’immagine di comunità e di isolamento inaspettati.

Ma davvero sono concetti che si contraddicono? Idealmente no, poiché una comunità forte permette di crescere individualmente e un individuo maturo ha il coraggio di vivere con le altre persone nella comunità. L’esasperato individualismo della cultura occidentale contemporanea ha spesso l’effetto di indebolire il senso di identità delle persone e può portare al conformismo e all’insicurezza. Questo tipo di individualismo può portare alla tirannia della moda e allo scimmiottamento delle celebrità. “Se solo indossassi quei vestiti o avessi quel taglio di capelli o quella macchina, sarei visibile”. Invece, le comunità cui siamo profondamente legati spesso, anche se non sempre, danno spazio all’individualità e persino all’eccentricità! Quindi comunità e individualità non sono opposte.

È impossibile per noi prevedere oggi le conseguenze di questa pandemia. Ci sono state molte pandemie in passato, ma questa è la prima che viene vissuta globalmente. Ogni giorno leggiamo quante persone sono state infettate o sono morte in ciascun paese del pianeta. Può portare alla disintegrazione sociale. Ma se cogliessimo l’opportunità, potrebbe portarci ad un approfondire i nostri legami. È un momento di pericolo ma anche di possibilità.

È stato un periodo di isolamento sociale in cui molte persone sono state confinate nelle loro case e appartamenti. Alcuni hanno dovuto sopportarlo da soli, altri con i parenti più stretti. Quando sono tornato in Inghilterra da Gerusalemme, poco prima che iniziasse il lockdown, ho scaricato subito Skype e Zoom, in modo da poter vedere i volti delle persone che amavo. Zoom è estenuante e molti soffrono della “fatica da Zoom”. Non è come rilassarsi nel sguardo dell’altro, ma meglio di niente.

E siamo stati privati ​​del contatto fisico di coloro che amiamo. I nonni non potevano abbracciare i loro nipoti. I volti e il tatto nutrono la nostra umanità. E così questo periodo di isolamento è stato per molti un’esperienza di profonda privazione, e perfino di malattia mentale. Ma è possibile viverlo anche come un momento in cui maturiamo come individui così da vivere più felici in comunità.

Nel 1364, quando aveva appena 17 anni, Caterina da Siena iniziò un periodo di tre anni di auto-isolamento. Lo fece non per sfuggire alla peste bubbonica ma per dedicare la sua vita a Dio. In questo modo scoprì se stessa; disse di essere entrata nella “cella della conoscenza di sé”. Si trovò di fronte a se stessa, con la terribile visione di chi fosse; tutte le illusioni e le fantasie erano state portate via. Non si trattava di stare a guardare narcisisticamente il proprio ombelico. Aveva scoperto che era proprio quella Caterina ad essere totalmente amata da Dio. Questo era il fondamento della sua vita spirituale: conosci te stesso solo nel momento in cui vedi che sei totalmente amato.

 Caterina scrisse a Raimondo da Capua, il suo amico domenicano: “Cerca di conoscere te stesso”. Dobbiamo entrare nella “notte del conoscimento di sé”. Scopriamo le nostre ombre.  Caterina ha scritto: “La mia ombra mi spaventa”. Solo allora scopriremo Dio, l’unico il cui amore, in ogni momento, ci dona l’essere. Allora potremo rasserenarci di essere noi stessi, perché saremo in Dio.

In questo periodo di isolamento molti di noi hanno affrontato se stessi. Ognuno di noi tende a creare una falsa immagine di sé. È difficile mantenerla stando soli o chiusi nelle nostre case con la nostra famiglia.

Ma questa è la vera persona che Dio ama. Questa è la vera persona, non l’immagine creata con cura su Facebook con migliaia di amici o l’avatar in qualche mondo fantasy.

E in isolamento con la nostra famiglia, possiamo imparare a vederci in modo veritiero, così da vedere la persona vulnerabile e fragile che Dio ama incondizionatamente. Quindi, questo tempo di isolamento può spingerci nel profondo delle nostre preoccupazioni egocentriche. Avendone il coraggio, però, possiamo aprire gli occhi per vedere gli altri in una nuova luce e imparare ad amare più profondamente.

Dopo i tre anni di isolamento, Caterina ha potuto aprirsi a una comunità di amici, frati e laici, chiamati i caterinati, che si scambiavano soprannomi folli e battute scherzose. Ha imparato l’arte dell’amicizia attraverso una stabile solitudine.

Un’altra conseguenza di questa pandemia è stata l’incontro fra persone che non erano più state in contatto da anni. La mia casella di posta era strapiena da e-mail di persone che conoscevo appena. Quando abbiamo trasmesso in diretta l’Eucaristia quotidiana, le persone che partecipavano on-line erano dieci volte più di quante non fossero mai venute alla Messa. Da Oxford ho partecipato a un webinar con un rabbino a Gerusalemme e un imam di Bologna ed animato da un americano a Parigi. Hanno partecipato persone di 23 paesi. Quindi c’è stata un’enorme espansione della comunicazione.

Ma comunicare con molte persone non fa comunità. Internet ha reso possibile la comunicazione globale, di solito con le persone che la pensano allo stesso modo. Soprattutto con forme di comunicazione abbreviate come Twitter, si cerca rifugio in comunità virtuali in cui si evita il disaccordo. La tentazione è di legarsi con slogan semplicistici come “Rendiamo di nuovo grande l’America”. Un numero così vasto di persone è una orda anziché una comunità.

Aristotele definì la città come il luogo in cui interagiscono diversi tipi di persone. Ha scritto: “persone fra loro simili non possono dare vita a una città” [1]. La spiritualità della città è quella che ti aiuta a vivere in modo proficuo con la differenza. Quindi la sfida per noi, passata questa pandemia, è se saremo in grado di creare comunità in cui persone con politiche diverse, religioni diverse, persino tifosi di diverse squadre di calcio, possano vivere insieme in pace e armonia.

Pensa ancora a quegli italiani in piedi sui loro balconi, che cantavano e applaudivano insieme, ma ciascuno nel proprio spazio vitale. È stato un breve momento in cui persone che sono state separate, si uniscono. Gli sconosciuti cantavano insieme. Forse questa è un’immagine di come le nostre comunità potranno diventare più forti quando questa pandemia sarà finita. E non solo le nostre comunità, ma anche ognuno di noi, senza paura di aprirsi agli altri.


[1] Citato da Richard Sennett Building and Dwelling: Ethics for the City, Allen Lane, Londra, 2018, p.6

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